la cellula clandestina Ragno PDF Stampa E-mail
storia - storia osimana

 

l'opposizione osimana al regime fascista

 
 (da “Mai con Mussolini - Storia dell’antifascismo osimano 1920-1938” di A. Duranti -  ed. ANPI Osimo 2004)

 

 La nostra ricerca sull’antifascismo osimano acquisisce sostanza nel momento in cui, presso l’Archivio di Stato di Ancona, ci siamo imbattuti quasi inopinabilmente in un primo fascicolo della Questura: quello di Mario Pasqualini contenente il suo interrogatorio per i fatti del 1931.
A questo eccezionale ritrovamento, ha fatto seguito il rinvenimento di altri ventitre interrogatori, in seguito ad  altrettanti fermi di cittadini osimani, da parte dei Regi Carabinieri e dei militi della MSVN. Questi  arresti furono operati tra l’11 di novembre e la prima quindicina del dicembre del 1931 successivo .
Grazie agli interrogatori dei componenti, o presunti tali, della Banda Ragno, oggi sappiamo che in quel periodo, nonostante la repressione fascista, operarono in città tre organizzazioni comuniste in regime di clandestinità. Difatti, oltre al gruppo che stiamo trattando, già esistevano ad Osimo due cellule comuniste clandestine: una formata da giovani dai 18 ai 22 anni e l’altra di cosiddetti anziani, probabilmente i fondatori della sezione comunista del Borgo.
Al gruppo clandestino osimano antifascista, che si andò organizzando in quel 1930, venne dato il nome di “Banda Ragno”.
Il nome “Ragno” non ha un riferimento certo. Luciano Egidi, scrittore osimano, riferisce di un brigante detto Ragno che agì nelle campagne tra Osimo e Filottrano a cavallo dell’800.  Matteo Biscarini, ricercatore storico locale, annota un processo per atti di brigantaggio, a carico di Frontalini Clito detto “Ragno”. Ragno fu anche il soprannome di Marino Verdolini, uno dei costituenti del nucleo clandestino (vedi Caduti)
Il gruppo antifascista  fu sicuramente collegato all’attività clandestina del Partito Comunista che aveva ad Osimo uno  dei suoi organismi direttivi interregionali.
Sostiene Mario Pasqualini “…accetta ... Allora il Fabrizi mi spiegò che l’associazione predetta, come tante altre  che esistevano in Italia, aveva lo scopo di fare la rivoluzione, di mandare giù il Fascismo, e di far trionfare il Comunismo per far comandare i lavoratori”.
Gli interrogatori della Questura stessa, recitano : “Era stata da tempo notata in Osimo una ripresa di attività sovversiva che aveva avuto, nei mesi decorsi, manifestazioni appariscenti e tali da turbare in modo sensibile gli animi della popolazione.”
Il 30 aprile del  1930,   due giovani furono sorpresi ad ostentare un fazzoletto rosso al collo. ..”
Infatti, la festività del 1° maggio era stata soppressa dal regime e non era possibile alcuna forma di manifestazione.
Cercando di eludere le disposizioni di ordine pubblico in merito, due antifascisti indossarono fazzoletti rossi in segno di festa il giorno prima appunto.
I Regi Carabinieri operarono subito il fermo di quei due “sciagurati” e, dopo averli identificati ufficialmente, li rilasciarono entrambi, diffidandoli dal ripetere un gesto così plateale di dissenso al regime.
Dato il “successo mediatico” riscosso da tale operazione, la stessa iniziativa fu ripetuta in giugno, probabilmente per la festa dello Statuto Albertino.
Questa volta però agli autori di quella provocazione andò peggio, perché vennero malmenati dai fascisti, pronti nella circostanza. Il verbale d’interrogatorio di Marino Verdolini parla difatti, di più comunisti bastonati.
Si racconta che i fascisti, nella loro violenta azione di repressione contro gli avversari politici, utilizzassero sacchetti di sabbia in modo da sortire il massimo effetto lasciando minor traccia possibile sui corpi dei malcapitati.
Sostenne il Fragoli che, verso le ore 18, si recò con Renato Fabrizi al cinema Dopolavoro per incontrare il fascista Giovanni Giorgetti .
Da quest’ultimo,  che  era  lì  di  servizio,  i due antifascisti tentarono  di  riavere  il fazzoletto che il milite della MVSN  aveva  strappato  dal  collo  del  Fabrizi la sera precedente nel cinematografo stesso.  Prosegue  il  Fragoli: ” Non abbiamo avuto  il tempo  di parlare  con Giorgetti  perché  ci vennero addosso i  fascisti e ci bastonarono”.
 La notte antecedente la festività soppressa del 1° maggio 1931,  vennero affissi manifesti e volantini sul monumento ai caduti, sui muri e le porte del palazzo comunale, e verniciati falci e martello su alcuni muri di Osimo.
La Milizia prese molto seriamente il fatto, approntando una maggiore ed  attenta vigilanza su tutto il centro storico.
Di questa scrupolosa attenzione rimase involontariamente vittima Romolo Matassoli,tra i fonadatori del PCd’I locale, già sorvegliato dalla Questura, per i suoi precedenti politici nelle fila del Partito Comunista di Osimo.
Il destino volle che, proprio in quel 1° Maggio del 1931, la signora Matassoli dovesse dare alla luce il proprio figlio presso l’abitazione dell’ostetrica, situata questa nella zona centrale della città.
Attendendo il lieto evento sotto casa di questa il lieto evento, Matassoli destò invece il sospetto dei militi fascisti.
Quest’ultimi, pensarono che il comunista fosse lì a festeggiare il 1° maggio, non lo persero mai di vista, riprendendolo violentemente ogni qualvolta “ricapitavano” nei pressi.
A questo punto è immaginabile quale fu la reazione delle camicie nere quando, il 1° agosto successivo , furono trovati affissi sulle porte del Comune, della Casa del Fascio e dell’abitazione del segretario del PNF , alcuni cartelli con scritte antifasciste.
Quei manifesti erano stati scritti su fogli di cartoncino ricavati da un catalogo della Cartotecnica, rivista di forniture per sartorie. Giocoforza per i RR.CC., fu l’esecuzione di due arresti: quello del sarto comunista Renato Fabrizi e l’altro sarto, il popolare Nazzareno Schiavoni, i quali avevano in comune il fatto di essere appunto sarti ma soprattutto antifascisti conclamati.
Racconta di quell’episodio il noto Maestro Romolo A. Schiavoni, figlio di Nazzareno:” Il caso volle che mentre io, bambino di 9 anni, transitando per il corso, incontrassi mio padre con sottobraccio il voluminoso catalogo della Cartotecnica, in stato di arresto ed in mezzo a due carabinieri che lo conducevano in caserma…..Solo dopo alcuni giorni mio padre, bastonato e maltrattato perché rivelasse il nome dell’autore del “misfatto”, fu rimesso in libertà con l’altro collega.
Dall’interrogatorio di Piero Fragoli:
 “L’anno millenocentotrentuno  addì undici del mese di novembre in Ancona, innanzi al sottoscritto Dr De Vincenti Pasquale Commissario Agg.to di PS assistito dal Centurione della MVSN  Vecchietti Giuseppe è presente Fragoli Pietro, d’ignoti, nato in Osimo il 29 giugno 1909 fornaciaio ivi domiciliato in via Bondimane, il quale interrogato dichiara:….  Dopo un paio di giorni da questo avvenimento il Fabrizi Renato Benedetto, m’invitò a prendere parte ad una società segreta che seppi poi essere di indole comunista.   Aderì come gregario alla predetta società senza peraltro conoscerne il vero scopo e la portata.   Dopo circa una settimana il Fabrizi m’invitò a trovarmi la sera verso le 22 a Borgo S. Giacomo. Ivi vi trovai Pasqualini Mario, Ortini Guerrino, Fabrizi Teobaldo e Fabrizi Renato ed insieme, per non destare sospetti, c’incamminammo verso il Camposanto.   Il Fabrizi Renato cominciò col dirci che la società che egli stava organizzando faceva parte del Partito Comunista, ma che ancora eravamo pochi per poter discorrere seriamente, ma che lo scopo principale era quello di abbattere il fascismo e d’instaurare il comunismo come avevano fatto in Russia e facevano allora nella Spagna.   Ci disse inoltre che ognuno di noi, secondo le proprie possibilità, doveva versare una lira o due per settimana, allo scopo di raggranellare una somma per comprare delle armi e per fare qualche viaggio fuori per prendere contatti con altri compagni comunisti, per  organizzare meglio  il partito  ed essere  pronti  in ogni evenienza.   Soggiungeva  il   Fabrizi   Renato  il quale  già  conosceva  un  compagno  a Montefano che era stato al confino di polizia, ed uno, mi pare di Polverigi o di  Offagna.  
I luoghi di ritrovo cambiavano ogni volta; narra Pasqualini che essi s’incontrarono per il giuramento alla quercia vicino Monte S. Pietro e poi alle Fonti di Fellonica, alle Fonti dell’Acquaviva, alla quercia del Giardino della Monta,  oltre che al  Camposanto.
Per il ritiro della quota “sociale” fu nominato tesoriere Pasqualini, il quale venne poi rimpiazzato da G. Battista Cecconi ed ancora da Umberto Vigiani, che sostiene di avere in cassa 51,50 lire.
Come s’ingrossavano le fila, il Fabrizi Renato ci spronava a cercare nuovi acquisti e si mostrava contento per il modo come procedeva l’organizzazione, e ci prometteva di farci girare, appena avuti i mezzi, per qualche città per prendere conoscenza con altri compagni d’idea, che all’occorrenza ci avrebbero forniti dei danari per la propaganda e per comprare armi.
Una sera mentre ci trovavamo in Piazza Umberto I, (oggi Piazza Don Minzoni, nda) io,  Pasqualini Mario e il Fabrizi Renato, quest’ultimo ci disse che in Osimo esistevano altre due associazioni comuniste, una formata da giovani dai 20 ai 30 anni e l’altra di uomini anziani.   Nelle riunioni successive che avvenivano di solito ogni settimana, ed anche più spesso e poi specialmente di sabato, si univano a noi Vigiani Umberto e Verdolini Marino; in seguito Brachini e  Caporalini.   Così formata la nostra organizzazione sempre ad iniziativa del Fabrizi Renato, si cominciò a pensare di passare all’azione e cioè a cominciare a compiere atti di rappresaglia contro i fascisti e le persone più in vista del regime che si trovavano in Osimo.”
 Il  30 aprile del 1931 avviene la prima azione dimostrativa con l’affissione di manifesti inneggianti alla rivolta sul monumento ai Caduti e sul muro del Municipio.
Questa circostanza è così narrata da Marino Verdolini :”Risponde a verità che la sera antecedente il primo maggio del corrente anno io, Renato Fabrizi e Pasqualini ci siamo recati in casa di Monticelli Giuseppe ed ivi il Fabrizi scrisse i manifesti comunisti, mentre la mia opera si limitò a scrivere su di un solo manifesto per istigazione del Fabrizi “W il comunismo”. Dopo aver ultimato la scrittura dei manifesti il Fabrizi ed il Pasqualini,   verso  le  ore  21,  si  recarono  al  monumento  ai  Caduti  per attaccare due dei suddetti manifesti, mentre io e ponticelli ci recammo nei pressi dell’abitazione  del Capomanipolo Micheli e  appiccicammo sul muro
Secondo Pasqualini, Fabrizi, Verdolini e Vigiani, proposero in aggiunta di sottrarre armi all’armeria di Graciotti collocata lungo il Corso Umberto I.
Un’ulteriore fonte di approvvigionamento fu stabilito dovesse provenire, dall’uccisione del milite Battaglini, segretario comunale di Osimo e custode dell’armeria della Milizia.
Il 5 agosto sempre di quell’anno, l’azione dimostrativa del gruppo si rivolse contro il simbolo in ferro del Fascio Littorio che era posto sul cancello del Parco della Rimembranza e contro il Podestà stesso.
Così è ricordato quell’episodio da Vigiani: ”Io, insieme a Verdolini e Pennacchioni,  verso  le  20  andammo al Parco della Rimembranza  ed a forza di braccia rompemmo il Fascio Littorio e ne portammo via un pezzo che buttai nel fosso di via Ponticelli, vicino alle Fonti.  
Quella stessa sera verso le ore 22, dopo aver compiuta l’azione nel Parco della Rimembranza, andai a casa di Fabrizi Renato con Verdolini, Pennacchioni, Mosca Marino, Pasqualini Mario ed ivi su carta di campionari di stoffa, scrissi due manifestini sovversivi sotto dettatura del Fabrizi ma non ne ricordo la dicitura.   Il Renato Fabrizi, verso la mezzanotte, andò ad apporre sulla porta di casa del Podestà uno dei manifestini  mettendo l’altro nella buca delle lettere.” 
L’attività della cellula Ragno si fece più scaltra e la voglia di andare oltre la propaganda antifascista e passare alle vie di fatto prese la mano di quei compagni.
Racconta così il Vigiani nel suo verbale d’interrogatorio, quei momenti:”Il Fabrizi Renato, sempre sollecito ad attuare azioni di rappresaglia e di odio contro il  fascismo ed i suoi gregari, mi disse, presenti tutti quanti noi, che bisognava preparare una bomba  con polvere nera per fare l’esperimento sulla potenzialità di tale ordigno….   Il giorno dopo Verdolini andò a comprare da Moschini Carlo, cento grammi di polvere nera il cui importo in lire 3 io versai al Verdolini medesimo.   La sera stessa insieme con Fabrizi Renato, Fabrizi Teobaldo, Cecconi, Pasqualini, Verdolini, Ortini, Mosca Marino, Mosca Aldo, verso le ore 22 andammo nelle Fonti di Fellonica per far scoppiare la suddetta scatola di latta (conserva di pomodoro) nella quale era contenuta la polvere stessa.   Io feci un buco sulla scatola predetta e versata a modo di miccia un po’ di esplosivo sulla parete, diedi fuoco provocando lo scoppio abbastanza forte dell’ordigno.   L’esperimento accontentò tutti e convenimmo di preparare una bomba di maggiori proporzioni…”.
Marino Verdolini precisò anche il luogo dove avvenne lo scoppio,  indicandolo appunto in “Contrada Fellonica, presso il Camposanto di Osimo, lato sinistro ed a circa 100 metri dal medesimo al termine dello stradello, e propriamente sui mattoni della fontana ove le donne lavano i panni”.
Ma un’attività sovversiva organizzata doveva conoscere in anticipo le mosse dell’avversario, in questo caso del fascio osimano. Dice Marino Verdolini: ”Qualche sera prima dell’esplosione, in parola, essendoci tutti noi riuniti al “Giardino” del cimitero il Fabrizi Renato ci disse  che era necessario che qualcuno di noi si fosse iscritto al Partito Fascista, in modo da poter spiare le mosse degli avversari e quindi operare con maggior sicurezza ed efficienza. (E’ di quel periodo l’indicazione del P.C.I. clandestino)  Il Fabrizi Teobaldo, cugino di Renato, si offrì subito per fare ciò ed infatti, la sera successiva s’ iscrisse nei Giovani Fascisti di Osimo, mentre tanto io che il Vigiani ci iscrivemmo ai Fasci giovanili circa venti giorni dopo”. 
L’epilogo della Cellula Ragno è comunque vicino e all’ultima riunione, accennata da Giovan Battista Cecconi avvenuta “il giorno avanti che i Fasci giovanili andassero a Roma” (18 ottobre),  vi presero parte lo stesso Cecconi vice di Fabrizi, Fabrizi Renato e Teobaldo, Pasqualini Mario, Pennacchioni Antonio, Mosca Marino, Mosca Aldo, Ortini Guerrino.
La sera del 10 novembre del 1931 precedette l’inevitabile fine; racconta Mario Pasqualini: “L’altra sera venne in cerca di me il Fabrizi Teobaldo e mi disse che al Fascio sapevano tutto della nostra associazione e bisognava quindi fuggire per non cadere in mano ai fascisti.   Ci mettemmo d’accordo io, il Fabrizi Teobaldo, Renato ed il Pennacchioni e la mattina dopo per tempo scappammo.   Raggiungemmo il primo giorno Macerata, poi S.Severino indi Castelraimondo, raggiungendo alla fine Porto Civitanova su fino a Potenza Picena: indi proseguimmo per le vicinanze di Osimo ove fummo raggiunti dai CCRR e dai militi e quindi fermati.   A S. Severino andammo a trovare il fratello di Pennachioni che studia presso  il Seminario ed il fratello di Fabrizi Teobaldo anche lui preso in Seminario”.
Dall’11 novembre 1931 al 4 dicembre dello stesso anno, finirono nelle mani della Questura 24 antifascisti componenti della Banda Ragno.
Per tre di loro seguì il confino politico a Lipari; gli altri vennero “diffidati” o “ammoniti”.
Graziati per il decennale della Marcia su Roma (ottobre 1922), il Fabrizi tentò di ricostituire il gruppo di antifascisti e, si narra, per una spiata di un vicino di casa, fu di nuovo inviato al confino a Bonefro (CB).
La triste condizione lo porterà alla morte il 29 aprile 1937, esattamente due giorni dopo la scomparsa di Antonio Gramsci, presso l’ospedale di larino (CB).
La sua salma raggiungerà Osimo solo dopo il luglio 1944, a liberazione della città avvenuta.